Mamma mia. Mamma mia. E’ la prima volta nella mia ultraquarantennale esperienza giornalistica che leggo su qualche foglio che i sostituti distrettuali , magari con il sorriso che li porterà sul trono dorato dei mass media,  annunciano tuoni e fulmini sugli indagati senza alcuna riservatezza d’obbligo. Li ammazziamo tutti, innocenti e colpevoli. D’altra sono sufficienti le prove consistenti nelle armi trovate nel corso delle perquisizioni che sarebbero servite per l’intervento armato per conquistare la città del nulla. Magari ricominciamo dalla prima guerra di mafia e di quanti hanno già pagato il conto con la giustizia. La città non è nelle strettoie imposte dagli indagati tra i quali moltissimi innocenti che nulla hanno a che fare con il malumore degli agguerriti sostituti, semmai nell’alveo della corruzione e dell’incapacità dei politici specie a livello istituzionale che percorrono strada, eccezioni a parte, sull’asfalto della corruzione, del compromesso e sui voti di scambio. Insomma, una tacita strategia, un patto tra politica e ‘ndrangheta che passa attraverso lo scambio dei voti. Mi meraviglio come non siano entrati nella tempesta i cinque consiglieri regionali indagati per mafia che continuano a percepire congrui emolumenti percorrendo i viottoli polverosi del becero clientelismo che ha origine appunto nel voto di scambio, cioè nel patto di sangue tra ‘ndrangheta e politica. D’altra parte la Cassazione per alcuni rinchiusi nella gabbia ha rinviato al mittente la scarcerazione regolarmente rifiutata dal Tribunale. Se la Suprema Corte ha riconosciuto con vi siano elementi tali da giustificare la carcerazione non si comprende il comportamento della pratica dell’eutanasia giudiziaria. Non mi stanco di ripetere la mia incondizionata stima nei confronti del procuratore aggiunto dr Lombardo e gli rivolgo preghiera d’infilarsi nel tunnel della meditazione.

RIPRENDO SIA PURE IN MODO CONCISO LE RIFLESSIONI DI MAURO MELLINI.

Nessuno nega che in Calabria, Sicilia, Campania, Puglia vi sia per l’economia un rischio mafia. Il che è, di per sé, cosa diversa DEL TUTTO MAFIA di Pennisi e di Romiti (e non solo ndr). Condivido pienamente NDR) Ma oltre al rischio mafia vi è un rischio antimafia, che si somma al primo e ne supera assai l’entità. Un rischio che sono in moltissimi ad avvertire (regolandosi in conseguenza), ma sono in pochi a rilevare e denunciare, a parlarne se non i sottovoce. Perché parlare è pericoloso, assai di più che contestarle teorie di Arlacchi (cui ne ho parlato e anche scrivo specie contro la mafia palermitana pur avendo subito attentati ndr), i proclami di Pennisi (e non è il solo ndr), le dichiarazioni di Romiti e le conferenze stampa di Boemi sull’entità endemica del fenomeno mafioso o magari “masso/mafioso”. Già questo a ben vedere, rischio antimafia: rischiare di essere coinvolti nel calderone per un atteggiamento ritenuto oggettivamente mafioso. Ma vi è ben altro. Il sistema giustizialista, i teoremi giudiziari, l’appalto della verità giudiziale ai pentiti, le manette facili, le retate all’ingrosso, le misure di prevenzione sulla base legale e di fatto del sospetto, se non della ritorsione (magari per un ottenuto riconoscimento d’innocenza), le confische in pregiudizio, senza eccezione, dei terzi creditori, fanno si che al Sud nelle zone calde, la libertà, la sicurezza, il patrimonio di ogni cittadino, di ogni imprenditore, valga un soldo bucato, sia esposto a ogni immaginabile traversia, in altre parole al rischio antimafia. Su quali effetti sull’accesso del credito e sul costo di esso è facile immaginarlo”.

Nella città del nulla tutte le serrande dei negozi e quasi tutte le attività commerciali sono interdette. Altre attività criminali passano inosservate.

Parte seconda. Continua.

Francesco Gangemi

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