frgang7 agosto 2017. Afa. Ciononostante continuo a lavorare sereno. E’ nelle mie abitudini. Raccontare la verità mi rende quieto. Leggo, rifletto. La verità dei fatti m’impone un duro lavoro di approfondita conoscenza. Ci credo, è la mia vita.

Scrivere è mostrare, far vedere. (Joseph Conrad)

Non si scrive perché si vuole dire qualcosa, ma perché si ha qualcosa da dire. (Francis Scott Fitzgerald)

Ed io ho, come sempre d’altronde, qualcosa da far vedere e da dire.

Ore 10. Sono immerso nella lettura, nel mio quotidiano lavoro. Il cellulare squilla. Controllo il numero che appare, non lo conosco. Sono indeciso. Un refolo di vento arriva, improvviso e inatteso. Rispondo.

Aldilà dell’etere una voce femminile. Si presenta. E’ nervosa. Saluto. Imperversa subito su di un articolo in cui lei e il suo compagno si sentono offesi da quanto riportato. Mi chiede di rettificare tutto. Dico di no. Lei, nervosa, domanda se l’articolo, oggetto dell’offesa, fosse per caso stato scritto da Salvatore. Rispondo: è mia la firma. Insiste una seconda volta sul nome Salvatore e replico, seccato, che la firma è mia. Quindi, mio è l’articolo. Chiudo la telefonata.

Irrequieta, nervosa, quasi minacciosa. Pusillanime.

Fa riferimento a Salvatore. Chi sarebbe colui additato? Ne conosco, a breve giro di memoria, almeno una quindicina. La firma in calce all’articolo è chiara e leggibile ed è, soprattutto, la mia.

Comprendo lo stato d’animo ma nel paese della bugia, la verità è una malattia e come perfettamente diceva Orwell: nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario. Tutto, comunque, interessante. Seguirò personalmente altri  sviluppi.

Francesco Gangemi

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